Non riesco a scrivere un post intimo.
Davvero: durante i bei vecchi tempi di Doppio Whiskey le cose mi andavano abbastanza confuse da stimolare la mia vena bohemiene e maledetta, l’unica che - pare - mi permetta di scrivere di qualcosa di personale; adesso le cose mi vanno - abbastanza - bene, nessun pensiero oltre il livello di guardia, e mi ritrovo con una gran voglia di scrivere ma niente da dire. Che poi, potrebbe pure essere un bene: ormai in Rete si sprecano i blog pieni di significati, pieni di vite emozionanti raccontate malissimo, piene di vite insignificanti tratteggiate con la maestria di un macchiaiolo toscano, mentre, è sconcertante, cominciano a piovere le dichiarazioni allarmistiche di sedicenti osservatori dei media che denunciano la penuria di contenitori assolutamente vuoti.
Questo non vuole essere un manifesto della poetica “da qui a chissà”, piuttosto un piccolo esame di coscenza che, spero, avrà un tale impatto con il mio io più da scuoterlo con un paio di sberloni e motivarmi a scrivere un post intimo, come sopra.
Oggi ho letto un libricino. Piccolo piccolo, eh, che come ha detto un mio amico trovare libri a 7 euro sta diventando un’impresa. Sabato sera sono andato ad un concerto di musica classica, e dopo un bicchiere di Custozza (già: pare che ora si scriva con la doppia zeta) senza che me ne rendessi troppo conto mi sono ritrovato alla Feltrinelli, con un libro nella destra e una banconota e l’immancabile cartapiù nella sinistra alla cassa. Se non ci fosse stato quel bicchiere probabilmente non l’avrei mai acquistato, anzi, probabilmente
non l’avrei nemmeno trovato, confuso sui ripiani strabordanti di letteratura predigerita, trita e ritrita nella sua fastidiosa commercialità. Probabilmente avrei cercato un altro titolo dello stesso autore che, a ben vedere, leggere di un reporter attraverso una selezione delle conversazioni avute un po’ qua, un po’ là, non è esattamente il metodo migliore per farsi contagiare dal professionista - che, si sa, quando uno legge certi libri molto probabilmente lo sta facendo per farsi “contagiare” in qualche modo da quelle stesse malattie che hanno fatto grandi altre persone.
In questo libricino - che 7 euri, di questi tempi, sono veramente pochi: con il petrolio che schizza, dai giacimenti alle stelle, il costo delle materie prime che aumenta di pari passo senza che, pensateci bene, ci sia un nesso così chiaro tra questa e la precendente voce, e la fame che torna (più che altro, ora sta tornando un certo languorino) - ci trovate la vita? No. La poetica? Non credo. Ci trovate Ryszard Kapuscinski, uno sprovveduto che ha scoperto che il mondo non finiva con il confine della sua Polassia (una regione della Polonia, o miei arguti lettori!) soltanto con la nascita del Terzo Mondo, che tutti sappiamo fissata con la
conferenza di Bandung del 1955, e che da quel giorno non ha smesso di viaggiare, reallizando reportage più o meno da ogni terra emersa di questo nostro triste mondo malato. Un reporter che con l’innocenza di un fanciullo ma la forza di un arringatore afferma che nel giornalismo realtà e ideale sono divisi da un sottile gioco di bastone e carota tra scrittori e danarosi potentati, che il giornalismo cattivo è quello delle pillole contro le malattie tropicali, che l’Africa non è quella realtà triste e desolata che molte persone vorrebbero farci credere.
Tutto per dire che questo pomeriggio, su quella sdraio, rischiando l’insolazione ho capito molte cose. Fatelo anche voi.
More to come.